Amina: from the war in Somalia to a Covid hospital in London, passing through Italy

Updated: Dec 24, 2021


In Europe, we often complain about the political situations and the various feuds between the parties that arise, with governments using maneuvers that sometimes seem incorrect. Perhaps it is because we are all worried about Covid 19 that we forget that in many countries political groups are armed and ready to kill in order to reach power. Here comes the story of Amina Sheik Hassan who fled from Somalia exasperated by the Civil War which caused poverty, hunger, famine, more than a million deaths in 30 years, and very few opportunities for legitimate work for its inhabitants. An armed group ransacked the pharmacy owned by Amina family and after seeing people break into schools to steal their desks and chairs, she understood that the future of Somalia looked extremely unpromising. It was 1991, the year in which RAI journalist Ilara Alpi arrived in Somalia and was then murdered in Moghadishu during her journalistic investigations into the trafficking of toxic waste and weapons, which unearthed the names of some members of the Italian Secret Service and the 'Ndrangheta Mafia.

The same year In Italy, the judiciary system was preparing to change the country political history with "Operation Clean Hands".

At the age of 17, Amina managed to reach Egypt and after a few months, obtained a visa for Italy where she has some relatives. Arriving in Italy, she began to work for social services. Between one shift and the next, she found time to study and after a few years, graduated in Nursing Sciences at the University of Varese. Thanks to a University links, Amina began to work at a prestigious hospital in "Canton Ticino" in Switzerland, where she received the support to enrol and graduate in Nursing Psychiatry at the Swiss/Italian University (SUPSI). Her degree thesis was the first, and at the time, the only one in Italy to be based on female genital mutilation. This is why Amina was invited to speak on the subject at the International Congress on Mutilation in Rome and also on the Rai TV program "Uno Mattina".

Amina decided to join her relatives in London. She got married, had 2 children, and after a long period of maternity leave, began to work in private nursing homes, after which she applied to the NHS as a nurse. She got the job and was recently appointed Ward Sister for the Gastrointestinal Department of the "Whips Cross University Hospital" beside Professor Renato Caviglia (pictured with Amina) right in the middle of the pandemic. During the first wave she was transferred to the Covid ward.

I met Amina for this interview at the beginning of December when the situation seemed under control and we expected a relatively normal Christmas and New Year without knowing the terrible name "Omicron". I called her back after 2 weeks when the situation had drastically changed; she told me that hospitalizations have increased a lot and deaths are also slowly starting to become more numerous. The unvaccinated make up most of the patients and stay in the hospital for up to 2 or 3 weeks. Almost everyone decides to get the vaccine after hospitalization.

To conclude, the people at the forefront of our hospitals truly have the background, education, knowledge, passion, dedication, spirit of sacrifice, and ability to change and save lives. Perhaps social behaviour with respect for people at risk, the sick, and for those who care for them during these Christmas and New Year festivities would do everyone good.


By Christian Vinante Giovannini


ITALIAN VERSION


Amina: dalla guerra in Somalia all’ospedale Covid a Londra, passando per l'Italia


In Europa spesso ci lamentiamo delle situazioni politiche e delle varie faide fra i partiti che si alternano al governo con manovre che a volte sembrano poco corrette. Siamo tutti preoccupati per il Covid 19 e forse ci dimentichiamo che in molte nazioni i gruppi politici sono armati e pronti a uccidere per raggiungere il potere.

In uno di questi inizia la storia di Amina Sheik Hassan, fuggita dalla Somalia esasperata dalla Guerra Civile che ha causato povertà, fame, carestia, più di un milione di morti in 20 anni e pochissime possibilità di lavoro lecito per i suoi abitanti. Un gruppo armato saccheggia la farmacia di famiglia e, vedendo persone irrompere nelle scuole per rubarne i banchi e le sedie, Amina capisce che purtroppo il futuro della Somalia è poco promettente.


Era il 1991, l’anno in cui arrivò in Somalia la giornalista RAI Ilaria Alpi, poi assassinata a Mogadiscio durante le sue indagini giornalistiche sul traffico internazionale di rifiuti tossici e armi, e in cui in Italia i magistrati si preparavano a cambiare la storia politica con l'operazione Mani Pulite.


A 17 anni, Amina riesce a raggiungere l'Egitto e dopo qualche mese ottiene il visto per l'Italia, dove ha alcuni parenti. Arrivata in Italia comincia a lavorare per i servizi sociali trovando il tempo di studiare fra un turno e l'altro. Dopo alcuni anni si laurea in Scienze Infermieristiche all'Università di Varese.


Grazie a un bando universitario, Amina comincia a lavorare presso il prestigioso Ospedale del Canton Ticino, dove ottiene il supporto per iscriversi e laurearsi anche in Psichiatria Infermieristica all'Università Svizzera/Italiana (SUPSI). La sua tesi di Laurea è stata la prima, nonché unica in Italia al tempo, a trattare la mutilazione genitale femminile. Amina viene così invitata a intervenire sul tema al Congresso Internazionale sulla Mutilazione a Roma e anche al programma Rai "Uno Mattina".


Amina decide di raggiungere i parenti in Inghilterra, si sposa, ha 2 bambini e dopo un lungo periodo di maternità comincia a lavorare in case di cura private; quindi, fa domanda all'NHS come infermiera.

Ottiene il lavoro e recentemente è stata nominata capo reparto infermieristico per il dipartimento gastrointestinale del "Whips Cross University Hospital" al fianco del dottor Renato Caviglia proprio nel mezzo della pandemia.

Durante la prima ondata viene trasferita al reparto Covid.


Ho incontrato Amina che mi ha raccontato la sua storia all'inizio di dicembre, quando la situazione sembrava ancora sotto controllo e ci si aspettava un Natale - e un Capodanno – relativamente normali senza conoscere il nome terribile di "Omicron".


L’ho richiamata a distanza di 2 settimane, ora che la situazione è drasticamente cambiata: mi racconta che i ricoveri sono notevolmente aumentati e anche i decessi cominciano lentamente a essere più numerosi. I non vaccinati sono la maggior parte dei pazienti e restano in ospedale anche fino a 2 o 3 settimane. Quasi tutti decidono di fare il vaccino dopo il ricovero.


Per concludere, le persone in prima linea nei nostri ospedali hanno un passato di educazione, conoscenza, passione, dedizione, sacrificio e la capacità di cambiare e salvare le vite. Forse, adottare comportamenti sociali con rispetto per le persone a rischio, per i malati e per chi li cura durante queste feste natalizie e di nuovo anno farebbe bene a tutti.


di Christian Vinante Giovannini


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