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Interviste esclusive! Primadonna - Il ritratto intraprendente di una donna


Interviste esclusive! Primadonna - Il ritratto intraprendente di una donna che ci ricorda di lottare contro le leggi imposte dal potere dominante degli uomini

Di Monica Costa (MC)


Primadonna è un film ispiratore e motivazionale italiano, prossimamente al cinema, presentato all’ultimo London Film Festival. Il titolo inglese The Girl from Tomorrow rende bene l’idea di una donna che ha avuto il coraggio di fare qualcosa per il domani, qualcosa che la porta in avanti rispetto al suo tempo. Ed infatti Primadonna è il ritratto intraprendente di una donna che ci ricorda di lottare contro le leggi imposte dal potere dominante degli uomini.


La trama del film (e storia vera)

Sicilia, anni Sessanta. Lia ha 21 anni, va a lavorare la terra con il padre, anche se lei è “femmina” e dovrebbe stare a casa a prendersi cura delle faccende domestiche con la madre. Lia è bella, caparbia e riservata, ma sa il fatto suo. Il suo sguardo fiero e sfuggente attira le attenzioni del giovane Lorenzo Musicò, figlio del boss del paese. Quando lo rifiuta, l'ira di Lorenzo non tarda a scatenarsi e il ragazzo si prende con la forza quello che reputa di sua proprietà. Ma Lia fa ciò che nessuno si aspetterebbe mai: rifiuta il matrimonio riparatore e trascina Lorenzo, e i suoi complici, in tribunale. Questo lungo processo cambiò le regole del gioco il 2 gennaio del 1966.

Bisognerà attendere però il 1981 perché il "matrimonio riparatore", che estingueva il reato di stupro, venga definitivamente cancellato dal codice penale. Meglio tardi che mai.


Anteprima

Le interviste

Ho avuto il piacere di parlare di Primadonna con le protagoniste davanti e dietro la telecamere: la regista Marta Savina, la promessa del cinema Claudia Gusmano e il veterano Paolo Pierobon.

Per caso, mi trovavo a Milano mentre Marta Savina e Claudia Gusmano si trovavano al London Film Festival. Ma grazie alla tecnologia ci siamo abbracciate telematicamente in nome di una grande donna.


MC: Immedesimarsi in una ragazza siciliana degli anni ’60 non deve essere facile per una ragazza di oggi. Come ti sei preparata per affrontare questo personaggio? Che significato ha per te rappresentare una donna che ha segnato un passo fondamentale per la giustizia e per l’uguaglianza di genere?


Claudia Gusmano: Sicuramente ti dà il senso di questo lavoro che diventa una missione: quella di comunicare, informare, trasformare. Tutti i personaggi sono difficili e la scelta della generosità che devi mettere nel personaggio è ciò che fa la differenza. Recitare un ruolo del genere non poteva certo avere alcuna riserva interiore da parte mia. Bisognava solo dare e sentire. Abbiamo lavorato molto poco con la razionalità e tantissimo con la pancia, con il petto, con il corpo. Abbiamo creato dei rapporti di massima fiducia tra di noi e devo dire che lavorare con Marta significa affidarsi a braccia molto larghe e molto accoglienti. Quindi puoi anche cadere. Credo che la bellezza di questo lavoro sia il non avere paura di cadere, non aver paura di sporcarsi e non aver paura di non fare bella figura. Si arriva a conoscere una persona reale. Quale donna al mondo per una volta non ha sentito il ‘dovere’ di dire di sì per forza o non ha lottato per dire un no? L’abuso su Lia parte proprio dal fermaglio. La violenza non è soltanto fisica. La particolarità della violenza fisica è che tu non puoi avere la forza fisica per contrastare quella di un uomo. Già questo ti fa sentire totalmente in balia dell’altro. Ho dovuto fare un grade lavoro di destrutturazione del personaggio perché sono molto più grande di Lia. Io ho 37 anni e sono dovuta andare molto indietro ed è stato un viaggio stupendo perché dovevamo trasformare questa ragazza in donna. Ho dovuto lavorare con ogni parte di me stessa e avere il comfort di lasciarmi sorprendere da tutto quello che poteva accadere nel lavoro con gli altri. La grande forza di Lia sta nell’aver fatto questa cosa per se stessa senza pensare al domani.

Oggigiorno facciamo di tutto per essere uguali a tutti gli altri e per non farci notare e per non farci sentire. Se ti fermi, ti senti e forse sai veramente che cosa dice la tua pancia.

MC: Aver sentito il film in dialetto mi ha dato delle vibrazioni ed emozioni particolari. Per voi che avete toccato con mano la realtà della Sicilia di oggi, questa legge ha veramente portato un cambiamento nella mentalità locale? È vero che non si fanno più le ‘fuitine'?


Marta Savina: Non importa più a nessuno. La legge è cambiata nel 1981. Prima arriva la legge e dopo molti anni arriva un cambiamento sociale. Ma nel 2022 ancora viviamo quella mentalità lì per cui se succede qualcosa a una donna, allora si dice ‘se l’è andata a cercare’ oppure si dice ‘aveva la gonna corta’ oppure ‘ha provocato’. Ed è chiaro che la legge qui non può sanare. Però la legge è un punto di partenza da dove poi parte il cambiamento sociale e della mentalità. Se non c’è mai la legge, è molto difficile che cambi anche la mentalità. Per esempio, quello che stiamo vivendo adesso in Iran, se un giorno cambiasse la legge per cui le ragazze possono andare in giro senza velo, magari ci sarebbero sempre gli uomini che gli lanciano le pietre addosso perché sono senza velo. Ma sarebbe un punto di partenza che da lì può cambiare. In generale, questa mentalità è estesa in modo pandemico anche in una città del nord d’Italia non solo in un paesino della montagna siciliana. Ed è il motivo per cui io ho ritenuto necessario e avevo la voglia e l’urgenza di raccontare questa storia oggi. Perché’ comunque è ancora un tema rilevante. Penso che attraverso il cinema si possa provare a cambiare la mentalità. Il cinema diventa cultura popolare. Sono immagini e suoni che diventano intrattenimento, che è importante per cambiare il pensiero.

Spero che venga accolto anche dagli uomini. Il protagonista Lorenzo paradossalmente è una vittima e non solo un carnefice. Se Lorenzo non avesse incontrato Lia, a quest’ora probabilmente avrebbe figli e nipoti. E invece ha fatto la stessa cosa che hanno fatto uomini per generazioni prima di lui e che a lui non sembrava sbagliata, ma ha incontrato quella che gli ha detto no. Se ne avesse incontrato un’altra sarebbe andato tutto liscio per lui. Per me questa è la storia tragica di una vittima. il messaggio che vorrei trasmettere è che c’è sempre la possibilità di scegliere la cosa giusta e non c’è mai la scusa per aver fatto quella sbagliata.

MC: Il cinema italiano ha una bellezza particolare, non solo per la fotografia. C’è dietro l’amore di chi lo fa.


Marta: Ho cercato di rendere approcciabile una storia che rischiava di diventare troppo di nicchia. Il valore di raccontare queste storie che hanno importanza sociale sia quello di far vedere, di non voler insegnare niente ma solo di voler comunicare, che è una cosa diversa. Comunica attraverso l’intrattenimento e il divertimento inteso in senso largo. La grande sfida è stata quella di prendere una storia intrinsecamente politica, al femminile, ma fatta per un pubblico, il più largo possibile. Perché non ha senso come dicono gli inglesi 'preaching to your own choir’ - far la predica alla tua stessa parrocchia.


MC: Marta, tu sei conosciuta per le tematiche femminili.


Marta: Sono questioni che mi bruciano dentro. Fin da ragazzina mi interessavo di questioni politiche, mi appassionavo alle storie degli ultimi e degli emarginati. Sono questioni che io nella mia vita rivendico e in cui credo profondamente. Trovo molto stimolante cercare di tirarle fuori dal manifesto politico e cercare di renderle fruibili e interessanti per tutti. Alla fine l’errore della politica è spesso quello di restare sganciata dalla vita di tutti i giorni e dalla gente comune. Si pensa alla politica come a qualcosa di estraneo ed extra terrestre che chissà cosa fa e cosa dice. La politica siamo noi. Quello che sta succedendo in Iran è politica in azione, è storia che sta accadendo davanti ai nostri occhi. Per me come regista e sceneggiatrice è interessante trovare una chiave per raccontare queste storie che mi bruciano dentro e che mi danno il coraggio per andare avanti.


Sempre in occasione del London Film Festival, ho avuto l’occasione di fare una chiacchierata con Paolo Pierobon sulla sua carriera tra cinema, teatro e libri. Abbiamo parlato anche del suo ruolo in Primadonna.

MC: E’ stato più facile interpretare il prete corrotto di Primadonna oppure il prete buono di Esterno notte di Marco Bellocchio?


Paolo Pierobon: Sono approcci diversi che dipendono dai contesti temporali in cui sei inserito. In Esterno notte stiamo parlando del clima terroristico degli anni ‘70, del fatto più importante, più gravemente importante della politica italiana dal dopoguerra in poi: il caso del rapimento e della morte di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse.

In Primadonna si parla di un altro fatto storico, non altrettanto grave ma molto importante, che è il primo caso di una donna che si ribella alla ‘fuitina’, che poi diventa un sequestro di persona con violenze e stupro.

Col senno di poi, è come mettersi davanti alla doppia faccia di una medaglia. Da una parte, quel clero impegnato in buona fede, in totale dedizione, in costante aiuto e dall'altra parte il clero corrotto che flirta col potere e che ha dimenticato completamente la propria vocazione sacerdotale. Per cui non è tanto più facile o non più facile, ma è proprio impegnarsi in maniera completamente diversa. Io poi privilegio l’immaginazione all’immedesimazione. Voglio dire che penso che il potere dell'immaginazione ci consenta di essere molto più liberi nel vedere i punti di vista su cui prendere un personaggio. L’immedesimazione ci deve essere, per carità, ma obbliga la tua attenzione mentale a tantissimi ‘paletti’. E ti perdi tanta roba. C’è il rischio di risultare un po’ ottusi rispetto ad un’apertura di immaginazione.



 


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