L’intervista a Paolo Pierobon: una carriera tra cinema, teatro e libri

Updated: Nov 14



Intervista di Monica Costa


Non capita spesso di ricevere una chiamata di sabato mattina da uno dei tuoi attori italiani preferiti. Quando poi dall’altra parte del filo senti la voce di Paolo Pierobon, allora non sai se essere più nervosa o felice. In fondo quella è la voce della spia più famosa d’Italia, Filippo De Silva, della Squadra Antimafia. La grande sorpresa, però, per me, è che la crudeltà e la spregiudicatezza del personaggio sono direttamente proporzionali alla simpatia e gentilezza di chi lo interpreta. E questo è il motivo per cui Pierobon è un attore straordinario. Ci diamo subito del tu, senza battere ciglio. Per me, ormai anglosassone, è quasi scontato con il ‘You’ dato a tutti. Ma in Italia c’è ancora molta riverenza e questo mi mette un po’ a disagio. Ma Paolo è tutto tranne una persona che ti intimidisce (ben lontano da De Silva). 


MC: Paolo, da dove mi chiami di bello?


PP: Sto tornando dalla montagna. 


MC: Per caso, di recente davanti al teatro di Bolzano ho visto una locandina che annunciava il tuo Riccardo III ad Aprile del 2023.


PP: Si, è una produzione del Teatro Stabile di Torino e Bolzano con la regista ungherese Kriszta Székely, direttrice del Katona József di Budapest, un teatro importante sul piano culturale e molto vivo. Con lei avevo già lavorato nel 2019 facendo uno Zio Vanja nell'opera di Anton Chekhov. Il programma culturale di Bolzano, non a caso, è molto interessante. L'anno scorso, ho fatto Eichmann col teatro di Bolzano insieme a Ottavia Piccolo. Ottima location, con tre sale molto attrezzate e moderne dal punto di vista della possibilità scenografica.


MC: Da poco, al London Film Festival, ho visto due film nuovi in cui interpretavi due preti molto diversi. E’ stato più facile interpretare il prete corrotto di Primadonna (ho intervistato la regista Marta Savino e la protagonista Claudia Gusmano) oppure il prete buono di Esterno notte di Marco Bellocchio? 


PP: Sono approcci diversi che dipendono dai contesti temporali in cui sei inserito. In Esterno notte stiamo parlando del clima terroristico degli anni 70, del fatto più importante, più gravemente importante della politica italiana dal dopoguerra in poi: il caso del rapimento e della morte di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse. Esterno notte esce su RAI 1 a novembre. In Primadonna si parla di un altro fatto storico, non altrettanto grave ma molto importante, che è il primo caso di una donna che si ribella alla ‘fuitina’, che poi diventa un sequestro di persona con violenze e stupro. Col senno di poi, è come mettersi davanti alla doppia faccia di una medaglia. Da una parte, quel clero impegnato in buona fede, in totale dedizione, in costante aiuto e dall'altra parte il clero corrotto che flirta col potere e che ha dimenticato completamente la propria vocazione sacerdotale. Per cui non è tanto più facile o non più facile, ma è proprio impegnarsi in maniera completamente diversa. Io poi privilegio l’immaginazione all’immedesimazione. Voglio dire che penso che il potere dell'immaginazione ci consenta di essere molto più liberi nel vedere i punti di vista su cui prendere un personaggio. L’immedesimazione ci deve essere, per carità, ma obbliga la tua attenzione mentale a tantissimi ‘paletti’. E ti perdi tanta roba. C’è il rischio di risultare un po’ ottusi rispetto ad un’apertura di immaginazione.



MC: Ti piace interpretare più i buoni o i cattivi?


PP: In generale mi piace esplorare tutte le zone grigie, non le zone bianche o nere, perché non c'è nessuno totalmente buono e non c'è nessuno totalmente cattivo. Quindi, se anche la sceneggiatura te ne da' la possibilità, vedere dove il cattivo è più vicino a me, dove il buono è più lontano da me. Non valutare la mia persona rispetto al personaggio, ma stare sempre nei confronti di un personaggio in una situazione di subordinazione, cioè mantenere l’attore un po’ sotto rispetto al personaggio in modo da dare al personaggio una potenzialità più grande.


Q: Mio figlio Diego 16enne ed io - oltre i milioni di fans della Squadra Antimafia, però, siamo rimasti legati a Filippo De Silva. Lui è un cattivo con la C maiuscola, però in fondo anche lui ha una sua morale. Non siamo mai riusciti a considerarlo un cattivo. Per noi rimani il miglior attore delle otto serie con Giulia Michelini e Marco Bocci. Perché credi ci piaccia tanto questo personaggio? Ti manca? 


PP: E’ giusto quello che dici. Con mia sorpresa, all’inizio rispetto all’eroismo che poteva avere Rosy Abate o Calcaterra, prendeva quota il personaggio di Filippo De Silva che era uno ‘sciamannato’ violentissimo e amorale. Però c’era come una sua indipendenza non scritta, pur servendo duemila padroni. Questo lo portava paradossalmente ad essere totalmente libero. Un cane sciolto. Quindi credo che sia un’alternativa empatica rispetto ad un pubblico che soprattutto durante il lockdown si sentiva con le sbarre davanti al cielo.

Filippo De Silva ha conosciuto una seconda giovinezza, un secondo successo, durante la pandemia perché le puntate sono state mandate in onda ‘a palla’ in quel periodo.  Piace per il suo essere estremamente indipendente, libero di testa, sarcastico e anche divertente, in certi casi. Lui ha rappresentato questo e ha anche offerto un po’ di distacco rispetto a quello che può essere la realtà di buoni e cattivi, bianco e nero. Riusciva a seminare un po’ di dubbi. Fare questo personaggio è stato molto divertente anche se molto faticoso. Dopo sei serie in cui sono stato sul set, e tanti lavori diversi di nicchia, questo è il ruolo che mi ha dato più popolarità mainstream indubbiamente. Però non mi manca, perché rischierei di essere identificato solo per quel ruolo lì. Pur essendo un personaggio con tante facce, però, anche le cose belle devono avere un fine. Dopo un po’ cosa gli facevi fare a De Silva che non moriva mai? Lo facevi camminare sulle acque? Rischiava di diventare un essere metafisico. Pensa che doveva morire dal primo anno. Ma i produttori l’hanno tenuto, perché il personaggio funzionava e quindi lo facevano tornare. 


MC: Come è Paolo Pierobon nella vita fuori dai suoi innumerevoli personaggi? Sei enigmatico come De Silva o semplice? Quanto c’è di Pierobon in De Silva? E viceversa…


PP: Bella domanda questa! Dunque, non mi alzo la mattina cercando di fare esplodere qualche banca. Quello è poco ma sicuro. Però ho una certa inquietudine, che è quello che mi ha fatto scegliere questo mestiere molto difficile e duro, con tanti momenti in cui c’è il nulla. Spesso non c’è lavoro, come durante la fase del lockdown, che per noi artisti di teatro è stata molto dura. Sembrava che la nostra categoria fosse l’unica a dover stare chiusa e con controlli rigorosi, mentre poi vedevi ristoranti con gente ammucchiata insieme. Io concepisco questo lavoro come indagine continua sull’essere umano. Questo è un lavoro simile a quello dello scrittore. Scoprire sempre che c’è qualcosa di inaspettato, inedito, sorprendente e il lavoro su se stessi è infinito, è una cosa che ti fa stare sempre sul pezzo. E ti permette di avere quell’inquietudine sana che non ti fa ne’ stare rilassatissimo quando prendi qualche successo ne’ abbatterti quando non arriva nulla. Nell’osservazione degli altri e di se stessi, soprattutto, per forza di cose ci vai a mettere delle cose personali nei personaggi. Ma al tempo stesso delle cose che hai fatto personali, mettendoti nei panni degli altri. Che è l’esercizio della compassione, senza per forza fare discorsi mistici. Tante volte nelle cose che affronti ogni giorno fai lo sforzo, quando stai per arrabbiarti, di metterti nei panni degli altri. In quel momento riesci ad ampliare la tua visuale e a darti un po’ più di calma per affrontare meglio la vita. 


MC: Se, in futuro, potessi scegliere di interpretare un personaggio della storia, di un romanzo, chi sarebbe? 


PP: Mi piacerebbe davvero qualcosa di impensabile, che mi trovi spiazzato e ignorante in quel momento. Una grande sfida. Anche un personaggio molto remissivo che non reagisce con qualcosa di sorprendente alla fine. Mi piacerebbe lo spettatore alla fine dicesse: “Ah, ma allora non è sempre così, allora questi tipi di persone possono diventare veramente qualcos’altro di inaspettato”. E scoprire magari in se stesso che si hanno quei potenziali lì. Per esempio, tutti i personaggi di Dostoevskij sono straordinari da questo punto di vista. Per esempio, Raskol'nikov di Delitto e Castigo.


MC: In tutta la tua carriera, qual è stato il tuo ruolo preferito tra film, serie TV e teatro?

 

PP: A me è piaciuto fare tutto, perché ce l’ho messa tutta nei vari ruoli. Ma sono affezionato a quelli che magari non hanno avuto una distribuzione più capillare. Per esempio, col teatro dell’Elfo di Milano ho fatto un testo Blasted della drammaturga inglese Sarah Kane, che ha avuto poche repliche. Sono rimasto molto legato al personaggio di Ian. Poi sono affezionato anche al personaggio Levin di Tolstoj nell’Anna Karenina fatto col regista lituano recentemente scomparso Nekrosius. Levin è Leone come l’autore - infatti è il personaggio più autobiografico di Tolstoj. Poi ho fatto il Robespierre con Mario Martone per il Teatro di Torino nella Morte di Danton di Georg Büchner. Ovviamente rispetto a questo anche tutti gli spettacoli che ho fatto con Luca Ronconi. 


MC: Su Rai Play abbiamo visto l’episodio pilota Up & Down molto intrigante. Quando verrà messo in onda il resto?


PP: Un progetto interessante. Una serie autoprodotta dalla RAI. Che però si è fermata lì, prima del lockdown. Mi auguro che venga ripresa. Un genere mistery/fantasy diverso dal solito. L’abbiamo girata poco prima dell’inizio del lockdown. 


MC: Me lo auguro. Personalmente, ritengo che il cinema italiano sia di un livello superiore rispetto al cinema anglo-americano. Purtroppo è in lingua italiana. Ma non ha rivali. E’ più emotivo e profondo. Esterno notte di Bellocchio è spettacolare. L’ho visto tutto di un fiato. Sei ore di fila, ma sono volate. 


PP: Hai beccato il tasto giusto. Bisognerebbe avere uno stato d’animo un po’ meno pessimistico di quello che aleggia negli ambienti italiani. Siamo bravi anche noi. Con Esterno notte, Bellocchio ha fatto non solo una cosa legata all’emotività di chi l’ha vissuta, ma ha proposto una sorta di grande romanzo italiano in cui anche il 18enne, il 20enne, il 25enne può fruire di un fatto realmente accaduto. E’ messo in scena così bene che può essere anche un film autonomo di ‘fantasia’, in cui si racconta tanto di quell’Italia e di quella storia. Chi lo guarda adesso nel 2022, se è coinvolto, lo trova molto bello perché al tempo stesso fruisce di informazione, storia e spettacolo. Cosa c’è di meglio da dire di un’operazione cinematografica così? Sono le tre cose che dovrebbero funzionare sempre. La decisione della RAI di presentare questa serie televisiva non con cadenza settimanale ma in modo consecutivo nelle sere del 14, 15 e 17 novembre è per dare quella continuità che tu hai trovato in sala. Sono curioso di vedere come reagirà il pubblico televisivo di RAI 1. 



MC: Cos’altro bolle in pentola per Paolo Pierobon? 


PP: Se ti piace Venezia, un fatto il film Welcome Venice con il registra indipendente veneziano Andrea Segre che si trova in circolazione anche in DVD. Racconta, per una delle rare volte, non la solita Venezia da cartolina, non quella dei gondolieri e di Piazza San Marco o delle spy stories, ma la Venezia dei pescatori della Giudecca che pescano moeche. La moéca è il nome che i veneziani hanno dato al granchio di Laguna, quando arriva al culmine della fase di muta, con la perdita della sua corazza e prima che, in poche ore, a contatto con l’acqua salata, se la ricostruisca. Le moeche senza corazza sono velluto in mano e pronte per essere vendute al mercato. Sono di una bontà strepitosa. Ti auguro di assaggiarle al più presto. I veri veneziani mangiano solo i pesci di Laguna, non quello dell’Adriatico, perché è più buono. Le moeche sono molto rare e costose. Bisogna saperle pescare e coltivare. Le fanno anche fritte. Welcome Venice è un film che ti piacerà tanto, perché parla di tre fratelli pescatori. Si parla dell’eredità di una casa. Ci sono punti di vista diversi: chi vorrebbe Venezia come città turistica senza più un’anima e chi invece la vorrebbe tenere senza turisti. Un luogo come la Giudecca è ancora fuori dalla Venezia turistica. 


MC: Io sono di quelli che vorrebbe tenere Venezia per se’. La amo troppo. Da Bologna andavo sempre in treno. La conosco bene e soffro quando la vedo piena di turisti in piena estate.


PP: Io ho visto Venezia in maniera assolutamente privilegiata. Quando abbiamo girato Welcome Venice eravamo in pieno lockdown senza neanche un turista. E girare Venezia in quel periodo lì era qualcosa di stordente e meraviglioso. Nel film parliamo dialetto veneziano giudecchino coi sottotitoli in italiano. L’espressione 'ghesboro’ (letteralmente "ci eiaculo sopra"), in inglese viene tradotta con ‘Amazing’ che non rende per niente. 


MC: Cos’altro stai preparando a teatro? 


PP: Il Riccardo III che andrà in giro per tante città. Forse anche a Budapest. 


MC: Mi sembra che le tue scelte professionali siano dettate dalla complessità delle sfide più che dal raggiungimento della celebrità facile. A me questo piace molto. 

Sei stato anche Berlusconi in 1994…. Personaggio non facile e soprattutto molto controverso. Come ti sei preparato per questa interpretazione? 


PP: Anche questo ruolo è stato molto interessante. Le recensioni sono state molto positive. 1994 è uno spaccato dell’Italia dal 1994 in poi. Lì si è trattato di sospendere il giudizio e di vedere, come diceva il grande Gaber, “il Berlusconi che c’è in me” non tanto di puntare il ditino. Non è stato facile. Quello dell’attore è un lavoro infinito. Scopri cose di te stesso che non avresti mai detto. E scopri anche delle cose dei personaggi che vai a studiare che non avresti mai detto. Questo mestiere ti obbliga spesso a rivedere le tue posizioni, a rinnovare e rinfrescare i punti di vista degli altri. E’ un’epoca che si muove molto di negazione su tutto quello che può non riguardare te. Molto performativa da parte di tutti, che si fotografano su Instagram, che fanno i fighi. Sono tutti attori, accidenti! 


MC: Tu te ne stai fuori dai social media, però! 


PP: Io sono totalmente fuori dai social. non è un pregiudizio ideologico, ma è proprio perché faccio il mestiere di attore. Perché non coltivare anche un po’ di assenza dalla scena nel momento in cui fai proprio quello di mestiere? Perché aggiungere materiale su cosa mi devo fare per colazione al mattino o sulle mie vacanze? Perché aggiungerci un personaggio? Se mi vedessero sempre lì, magari penserebbero che non potrei mai fare un personaggio totalmente diverso e inaspettato. Poi, però, i social hanno levato molti costi di promozione dei programmi teatrali. Ricordo ancora quando negli anni 90 si andava di notte ad attaccare le locandine degli spettacoli. Adesso con Facebook è molto più facile comunicare. 


MC: Hai una bellissima voce e ho visto che fai molti audiolibri. 


PP: Proprio adesso è uscito Dracula di Bram Stoker letto da me per Emons Edizioni. Ho anche letto Il maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov, e su Rai Sound nella serie Ad alta voce Il fondo di bottiglia – un romanzo di Georges Simenon. Il podcast della RAI è gratis. 


MC: Grazie e a presto!


PP: Ti aspetto a Bolzano ad aprile per il Riccardo III allora! 



 


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