Regno Unito, Lavoro: scenari possibili e ipotesi sul futuro


Persiste la crisi dei lavoratori nel Regno Unito, tra gli effetti della Brexit e della Pandemia da Covid-19. Ormai sembra che nessun settore si stia salvando e di giorno in giorno si susseguono ipotesi su ciò che ci aspetta.


La manodopera sta scarseggiando trasversalmente in tutti i settori, dalla trasformazione alimentare ai camionisti, dall'edilizia all'assistenza sociale. Tutto in qualche modo è riconducibile ai limiti introdotti dal Regno Unito nei confronti dell'immigrazione poco qualificata. Sovente esponenti del Governo hanno sottolineato come non sarebbero state le deroghe a risolvere il problema, eppure nel pieno della crisi del lavoro è stato fatto un passo indietro, prevedendo i famosi 10.500 permessi di lavoro temporanei della durata di tre mesi.


A spingere il Premier Boris Johnson a rivedere (in parte) le sue politiche sull'immigrazione è stato il sommarsi degli effetti della carenza di lavoratori: i conducenti di mezzi pesanti che non si trovano, gli scaffali dei supermercati che quindi restano vuoti e i ristoranti che non possono rifornirsi di materie prime, ma anche l'assenza di operai nei vari settori del comparto alimentare. La spinta finale al Governo Britannico, probabilmente, è stata data dalle code infinite di automobili nelle stazioni di servizio e dal timore che l'avvicinarsi del Natale possa peggiorare la situazione.


In generale la linea del Governo non è poi così cambiata: il palliativo dei 10.500 lavoratori temporanei di per sè è quasi inutile, come le Camere di Commercio Britanniche hanno affermato (a loro dire "come spegnere un incendio con un ditale d'acqua"), infatti Johnson continua a ribattere ai suoi alleati del Conservative Party che l'obiettivo è quello di mantenere dritta la barra, per creare un'Economia fatta di alta formazione e alti salari. Se gli stranieri che possono trasferirsi nel Regno Unito devono possedere un certo livello di qualifica, è naturale spingere i datori di lavoro Britannici a investire in nuove tecnologie e maggiore formazione, mettendo al centro di tutto il lavoratore medio Britannico.


Da Gennaio, infatti, i Cittadini dei Paesi Membri dell'Unione Europea (e anche quelli non UE) per lavorare nel Regno Unito devono ricevere un'offerta di lavoro da un datore di lavoro approvato dal Governo e devono possedere un certo livello di competenza. Questo non vale ovviamente per tutti i settori e palesemente è più facile assumere un lavoratore interno, che uno estero. Di fatto c'è l'obbligo di formare nuovi lavoratori Britannici nelle categorie qualificate non riconosciute dal Governo per l'immigrazione e sta diventando un problema per le Imprese, abituate ad operare con modelli di business basati sull'immediata disponibilità di lavoratori poco qualificati provenienti dall'estero.


Il Regno Unito aveva scelto di dare il tempo ai lavoratori non Britannici di regolarizzare la loro posizione di residenti fino a Giugno 2021 e al mondo dell'Impresa di adoperarsi quindi per adeguarsi alle nuove regole di assunzione, ma purtroppo nel mezzo si è manifestata l'Emergenza del Covid-19 e il massiccio, nonchè repentino, fuggi fuggi di stranieri da Terra Britannica non ha fatto altro che stressare sin troppo una situazione già complessa nella sua transizione.


Il Direttore di Manpower UK, Chris Gray, ha affermato che molti Cittadini dell'UE sono stati bloccati nei loro Paesi d'origine, perché non hanno inoltrato la domanda per lo status di settled o pre-settled e hanno comunque individuato migliori prospettive professionali.


Una minore immigrazione non porterà però automaticamente a salari più alti secondo David Brass, Amministratore Delegato di The Lakes Free Range Egg Company: trovandosi sotto-organico ha deciso, al momento, di far lavorare i suoi dipendenti a ritmi di 12 ore al giorno, per 6 giorni settimanali e sta considerando di ridurre gli allevamenti. Nel lungo periodo, invece, ha deciso che automatizzerà molti dei processi della sua azienda.


L'Osservatorio sulle migrazioni dell'Università di Oxford ritiene che l'effetto principale dei nuovi limiti all'immigrazione sarebbe quello che i settori ad alta intensità di lavoro si ridurranno. L'eccezione potrebbe verificarsi nel campo del trasporto merci, dove gli stipendi dei conducenti sono già aumentati vertiginosamente.


Jonathan Portes, Professore di Economia al King's College di Londra, ha voluto però ricordare che saranno immancabili gli aumenti dei prezzi per i consumatori. Nei settori meno critici (hospitality o trasformazione alimentare), infine, il possibile risultato è che alcuni posti di lavoro non esisteranno più e questo spingerà a importare o consumare meno.


Marcia Longdon, associata dello studio legale Kingsley Napley, crede che il regime di immigrazione qualificata sia più liberale per chi arriva dall'estero e per le aziende: le soglie di stipendio e di competenze sono più basse e i datori di lavoro non devono più dimostrare di aver cercato di assumere Britannici prima di affidarsi agli stranieri. Tuttavia secondo Chetal Patel, associato dello studio legale Bates Wells, il nuovo sistema è costoso: le aziende devono pagare per una licenza per poter assumere Cittadini non Britannici e sostenere i costi di una tassa per la domanda di visto, nonchè pagare un supplemento sanitario annuale e, nella maggior parte dei casi, una "tassa per competenze di immigrazione". Se ad esempio un dipendente arriva con persone a carico, le spese possono arrivare fino a £ 20.000 in cinque anni.

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