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Dove abitano i nostri morti

Il lavoro del lutto lontano dai propri cari
Scritto da Luisa Bloom il . Pubblicato in Benessere.

Vivere lontano dal paese in cui sono sepolti i nostri cari: che cosa significa, e come possiamo continuare a stare in relazione con loro.

Novembre si apre con il giorno dei morti. In Italia, in quei giorni, i cimiteri si riempiono: crisantemi, lumini, famiglie che puliscono le lapidi, conoscenti che si fermano a parlare davanti alle cappelle. Per chi di noi vive nel Regno Unito, il 2 novembre passa spesso in sordina. Halloween ha già occupato la scena, e il giorno dopo si torna al lavoro come sempre.

Chi è emigrato lo scopre presto: si può portare con sé quasi tutto. La lingua, le ricette, le abitudini, qualche oggetto della casa dei genitori. Ma i nostri morti restano là. Nel cimitero della nostra città di provenienza, nella tomba di famiglia, accanto ai nonni. E noi siamo altrove.

Il lavoro del lutto

Freud, in Lutto e melanconia (1917), descriveva il lutto come un vero e proprio "lavoro". È un processo lento e doloroso, fatto di ricordi ripresi uno per uno, finché la persona perduta può essere lasciata andare e, insieme, conservata dentro di noi in una forma nuova. Non si chiude con il funerale. Dura anni, a volte tutta la vita, e ha bisogno di luoghi, di tempi, di rituali.

Il cimitero è uno di questi luoghi. Per chi è cresciuto in Italia, la visita alla tomba non è una formalità. È un gesto imparato da bambini: i fiori da cambiare, l'acqua presa alla fontanella, a volte una preghiera o solo qualche parola sottovoce. È un luogo di contatto. Del resto lo diciamo così: andiamo a trovare i nostri morti, con lo stesso verbo che usiamo per i vivi.

Winnicott parlava di uno spazio transizionale, un'area intermedia tra il mondo interno e la realtà esterna, dove possiamo stare in relazione con ciò che non è del tutto dentro né del tutto fuori di noi. La tomba ha qualcosa di questo spazio. È una pietra, un nome, due date, ma è anche il punto in cui la relazione con chi non c'è più trova un indirizzo.

Quando quel luogo è lontano

Che cosa succede quando quell'indirizzo è a mille o duemila chilometri? Molte persone raccontano un dolore particolare, difficile da nominare. Non è solo la mancanza della persona amata, è la mancanza del luogo dove andare a sentirla vicina.

A questo si aggiunge spesso un senso di colpa. Non c'ero quando stava male. Non sono riuscita ad arrivare in tempo per il funerale. La tomba la cura mia sorella, io porto i fiori una volta l'anno. Come se, partendo, avessimo abbandonato non solo i vivi ma anche i morti.

Altri vivono il ritorno in Italia come un piccolo pellegrinaggio: appena arrivati, prima ancora di disfare la valigia, vanno al cimitero. In quel gesto c'è il bisogno di farsi riconoscere, di dire «sono tornato, sono ancora parte di questa storia».

Portarli con noi

Naturalmente i nostri morti li portiamo con noi. La psicoanalisi ci ricorda che le persone che abbiamo amato abitano il nostro mondo interno. Parlano nelle nostre scelte, nei nostri gesti, a volte nelle nostre paure.

Ma portare dentro di sé non sempre basta. Per chi è stato educato a cercare un luogo, l'interiorità può sembrare troppo astratta, e a volte troppo solitaria. Il lutto ha bisogno anche di uno spazio fuori di noi, uno spazio che si possa condividere.

Trovare un luogo, qui

Anche il modo in cui salutiamo i nostri morti sta cambiando. La cremazione, sempre più scelta anche in Italia, rende il legame con il luogo meno rigido: un'urna può essere trasferita e accolta in un cimitero vicino a dove viviamo oggi. A volte, invece del cimitero, il luogo diventa quello dove sono state disperse le ceneri: una spiaggia, un sentiero di montagna. Un posto che acquista un significato nuovo, perché tiene insieme il presente e il passato in un modo che parla solo a noi.

Forse allora la domanda non è come riportare vicino i nostri morti, ma come creare qui, nella vita che abbiamo scelto, un luogo in cui la relazione con loro possa continuare. Per alcuni è un angolo della casa, con una fotografia e una candela accesa il 2 novembre. Per altri è una chiesa, un parco, il mare. Per altri ancora è la parola: raccontare i propri morti ai figli nati qui, che quel cimitero l'hanno visto poco o mai. Dare loro un nome, una storia, un posto nella famiglia.

E per molti è soprattutto la possibilità di parlarne con qualcuno che capisca. Il lutto vissuto lontano rischia di restare un lutto silenzioso, che chi ci sta intorno non vede e quindi non riconosce.

È anche per dare spazio a queste esperienze che ho pensato a “Between Two Homes”, un workshop online che si terrà sabato 28 novembre, dalle 10:00 alle 13:30 (GMT) dove parleremo del partire, del vivere tra due paesi e del pensiero del ritorno. Non è una terapia, ma un gruppo di riflessione, aperto a chiunque abbia vissuto l'emigrazione. Questa prima edizione sarà in inglese; se ci sarà interesse, ne seguirà una in italiano. Per informazioni e iscrizioni contattatemi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Il 2 novembre, ovunque ci troviamo, possiamo accendere una candela simbolo da secoli della memoria di chi è morto e dice a noi stessi, che il legame non si è interrotto con la nostra e con la loro partenza.

Luisa Bloom è una psicanalista italiana laureata in storia e successivamente in  psicoanalisi presso The Site for Contemporary Psychoanalysis, registrata presso UKCP CPJA. Da 15 anni svolge la libera professione a Londra come psicoterapeuta psicoanalista aiutando le persone ad ascoltare, riflettere e trasformare le preoccupazioni che incidono sul loro benessere mentale.