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I love you - Ti Amo

Amare è sempre un lavoro di traduzione
Scritto da Luisa Bloom il . Pubblicato in Benessere.

"Mi piaci", "ti voglio bene", "ti amo". In italiano sono tre gradini diversi dell'affetto, ognuno con il suo peso e il suo momento. In inglese, molto spesso, diventano una sola frase: I love you. Chi si innamora di una persona che parla un'altra lingua madre scopre presto che tra queste parole c'è un intero mondo da tradurre.

Vivere in un altro paese ci porta spesso a frequentare persone che non vengono dal nostro paese d'origine e a comunicare in una lingua conosciuta da entrambi. Ma con la lingua passano anche i costumi: le nostre usanze e quelle dell'altro, il modo di scherzare, di litigare, di fare pace. La lingua definisce chi siamo.

Un tempo, per motivi culturali, religiosi ed economici, chi emigrava tendeva a rimanere profondamente legato al proprio gruppo di provenienza. Oggi quei punti di aggregazione esistono ancora, e per molti restano un ponte prezioso verso una realtà profondamente diversa; ma ci si sente anche più liberi di seguire la propria curiosità e di andare verso l'altro con un'apertura d'animo importante. Grazie ai social, l'incontro con "l'altro" fa parte della nostra esperienza fin da giovanissimi.

La lingua del cuore

La lingua che abbiamo imparato da bambini non è soltanto uno strumento: è la lingua in cui abbiamo conosciuto le prime emozioni, le ninne nanne, i rimproveri, le carezze. Per questo le parole della lingua madre arrivano più in profondità. Molte persone bilingui raccontano che dire "ti amo" o "sono arrabbiato" in una seconda lingua è più facile, proprio perché fa meno male: c'è una piccola distanza di sicurezza.

In studio lavoro spesso con pazienti bilingui italo-inglesi, e capita che a metà frase si cambi lingua, attingendo a entrambi i vocabolari. Non è un caso: certi ricordi e certi sentimenti "abitano" in una lingua sola. Lo confermano anche le ricerche della linguista Aneta Pavlenko: nelle persone bilingui, le parole della lingua materna hanno spesso una risonanza emotiva più forte di quelle apprese più tardi.

In una coppia mista questo significa che una parte dell'altro ci arriverà sempre tradotta. E che anche noi, in parte, ci presentiamo in traduzione.

Il timore di non capirsi

Uno dei timori che sento più spesso è che, a lungo andare, nascano incomprensioni… che non ci si capisca davvero, che manchino le parole comuni per spiegarsi, e che queste incomprensioni portino tensioni difficili da superare, nella coppia e nella famiglia.

C'è anche una dinamica molto concreta: quando si litiga, chi parla nella propria lingua madre è avvantaggiato. L'altro può sentirsi più lento, meno brillante, meno "sé stesso". Riconoscerlo, e magari concedersi di discutere ciascuno nella propria lingua, può già cambiare molto.

A mio avviso, però, le incomprensioni dipendono solo in superficie dalla lingua. Molto più spesso nascono da una scarsa chiarezza su ciò che desideriamo, su ciò che ci aspettiamo dall'altro e su ciò che siamo felici e pronti a dare. Nel lavoro con le coppie, che vengano da culture diverse o dalla stessa, emerge spesso quanto ci aspettiamo che il partner ci legga nel pensiero e indovini ciò che vorremmo accadesse. Nessuna lingua, per quanto condivisa, rende possibile la telepatia.


Le aspettative e lo specchio dell'altro

Per una vita di coppia sana è vitale chiedersi se le nostre aspettative sono realizzabili nella relazione che stiamo costruendo. Entrare in una relazione pensando di poter cambiare l'altro, magari convinti che se imparasse la nostra lingua tutto sarebbe più semplice, ci lascerà spesso insoddisfatti. Ed è, soprattutto, una richiesta ingiusta.

La differenza, poi, può diventare uno schermo su cui proiettiamo i nostri desideri: l'altro "più libero", "più romantico", "così diverso dalla mia famiglia". A volte scegliere un partner di un'altra cultura è anche un modo per prendere le distanze da dove veniamo. Non c'è nulla di sbagliato, ma vale la pena chiedersi: mi sono innamorato/a di questa persona, o di ciò che rappresenta per me?

E ci sono piccoli lutti di cui si parla poco: non poter condividere le canzoni dell'infanzia, i modi di dire di casa, le battute che fanno ridere solo chi è cresciuto in un certo posto. Più avanti arrivano domande nuove: in che lingua parleremo ai nostri figli? Come comunicheranno tra loro i nonni?

Quando la curiosità si spegne

La curiosità è il motore che ci spinge a conoscere l'altro e a condividere una parte di noi stessi. Quando la sentiamo affievolirsi, o quando le nostre aspirazioni nella coppia restano deluse, possiamo scivolare in un senso di malessere e di tristezza, perdere la speranza e la voglia di continuare la relazione, e più in generale la voglia di fare. Ci sentiamo "spenti". How can I go on?

Per ritrovare quella spinta può aiutare fermarsi a riflettere: Che cosa mi spinge a fare certe scelte?
Quali momenti del passato influenzano ancora il mio presente?
Che tipo di partner sto cercando, e che cosa desidero davvero dalla relazione?
Che cosa voglio io, e che cosa penso che vogliano la mia famiglia e i miei amici?
In quale lingua mi sento più me stesso/a quando chiedo qualcosa all'altro?

Una terza lingua

Molte coppie miste finiscono per costruire una lingua tutta loro: parole inventate, frasi a metà tra italiano e inglese, battute che nessun altro capirebbe. È uno dei segni più belli di un'intimità che cresce: non la mia lingua, non la tua, ma la nostra.

Una coppia è fatta di due persone che hanno trovato punti di attrazione reciproca, abbastanza forti da spingerle a superare la barriera linguistica. Capire la differenza tra "mi piaci", "ti voglio bene" e "ti amo", quando l'inglese risolve tutto in I love you, ci chiede di sviluppare una lettura delle sfumature e dei piccoli gesti. È lì che scopriamo se l'altro sa comprenderci oltre il nostro alfabeto, e se noi siamo disposti a imparare pesi e misure diversi dai nostri.

Perché amare qualcuno, in fondo, è sempre un lavoro di traduzione.

Luisa Bloom è una psicanalista italiana laureata in storia e successivamente in  psicoanalisi presso The Site for Contemporary Psychoanalysis, registrata presso UKCP CPJA. Da 15 anni svolge la libera professione a Londra come psicoterapeuta psicoanalista aiutando le persone ad ascoltare, riflettere e trasformare le preoccupazioni che incidono sul loro benessere mentale.