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A tu per tu con il cuore del Tiramisù più lungo del mondo

Mirko Ricci racconta quello che si nasconde dietro a un Guinness World Record
Scritto da Dora Bortoluzzi il . Pubblicato in Notizie.

Mirko Ricci torna protagonista con una nuova sfida: realizzare a Londra il tiramisù più lungo del mondo, un evento che unisce spettacolo, beneficenza e identità italiana nel cuore del Regno Unito. Non è solo una questione di numeri o metri da battere. È una prova di organizzazione, resistenza mentale e capacità di trasformare un’idea in qualcosa di concreto e condiviso.

A pochi giorni dal tentativo ufficiale, Mirko ci ha raccontato cosa significa davvero spingersi oltre il limite.

Qual è stato il momento in cui hai pensato: “questa volta ho esagerato”?

All’inizio pensavo fosse il primo record, quando mi sono trovato davanti a un tiramisù da tre tonnellate sollevato con una gru: lì ho avuto la prima percezione di cosa significasse davvero “esagerare”. Poi è arrivato il profiterole più grande del mondo, triplicando un record esistente, e ho pensato che forse quello fosse il vero limite. Ma quando abbiamo raggiunto quasi 270 metri con il tiramisù più lungo del mondo, ho capito che il concetto stesso di limite stava cambiando. In realtà, il Guinness World Record vive proprio di questo: esagerare non è un eccesso, è il linguaggio con cui dimostri che i limiti, spesso, esistono solo nella nostra mente.


Hai mai avuto paura di non farcela… proprio quando tutti si aspettavano il contrario?

Sì, ogni volta. La paura non sparisce mai, cambia solo forma. Quando tutti si aspettano che tu riesca, il peso aumenta, ma è proprio lì che devi restare lucido. Io credo molto nel processo: fino all’ultimo momento c’è sempre margine per migliorare, correggere, aggiustare. Gli errori nelle prove sono fondamentali, perché è lì che costruisci il risultato finale. La sconfitta fa parte del percorso, non è qualcosa da evitare a tutti i costi ma da accettare come possibilità concreta. È uno specchio con cui confrontarsi ogni giorno, ed è proprio questo confronto che ti permette di crescere e arrivare pronto al momento decisivo.

Cosa ti dà più fastidio: chi non crede in te o chi ti applaude senza capire davvero quello che fai?

In realtà non mi riconosco del tutto in nessuna delle due categorie. Credere in me non è un obbligo, è qualcosa che nasce da un legame autentico, e io cerco sempre di ricambiarlo con impegno, presenza e responsabilità. Arrivo per primo, vado via per ultimo, e quando c’è bisogno mi assumo anche ciò che potrei delegare. Dall’altra parte, chi applaude senza capire spesso semplicemente non si spinge oltre, e si perde qualcosa. Ma la categoria che davvero trovo difficile da accettare è quella di chi spera nel fallimento altrui senza motivo. È un atteggiamento tossico, che limita non solo gli altri ma anche sé stessi. Non si può piacere a tutti, ma il rispetto dovrebbe essere sempre la base.

Qual è il sacrificio personale che nessuno vede ma che pesa di più?

Il sacrificio più grande è mentale. È vivere con il pensiero costantemente acceso, ventiquattro ore su ventiquattro, senza mai riuscire davvero a staccare. Anche quando dovresti riposare, la mente continua a lavorare, a pianificare, a immaginare soluzioni. Questo porta inevitabilmente a rinunciare ad altro: tempo, leggerezza, momenti di vita quotidiana. Lo stress diventa una costante, qualcosa con cui impari a convivere. Le notti insonni, passate a pensare invece che a dormire, sono solo la parte più visibile di qualcosa che in realtà è molto più profondo. È un prezzo silenzioso, che spesso non si vede, ma che pesa ogni giorno.

Hai mai pensato di fermarti? Se sì, cosa ti ha fatto andare avanti?

Sì, ogni volta che inizio un nuovo Guinness penso che sarà l’ultimo. L’organizzazione è complessa, richiede energie enormi, e ci sono momenti in cui fermarsi sembra la scelta più sensata. Poi però arriva il giorno dell’evento. Vedi lo stupore negli occhi delle persone, l’incredulità di chi partecipa, l’energia che si crea intorno a qualcosa che fino a poco prima era solo un’idea. E lì cambia tutto. A questo si aggiunge la sensazione finale, quando il risultato arriva: una liberazione totale, difficile da spiegare. È quell’insieme di emozioni che ti riporta sempre al punto di partenza e ti spinge, ogni volta, a ricominciare.

Il successo è arrivato prima nella tua testa o nella realtà?

Il successo arriva sempre prima nella testa. Se non riesci a immaginarlo, difficilmente riuscirai a costruirlo nella realtà. Però c’è una cosa che mi ha sempre tenuto con i piedi per terra: una frase che mi disse un insegnante a scuola, “successo arriva prima di sudore solo sul vocabolario”. È un concetto semplice ma potentissimo. Mi ha insegnato che ogni risultato è la conseguenza di lavoro, sacrificio e costanza. Visualizzare è fondamentale, ma senza impegno quotidiano resta solo un’idea. È l’equilibrio tra visione e fatica che trasforma qualcosa di immaginato in qualcosa di concreto.

Se questo Guinness fallisse davanti a tutti, cosa faresti il giorno dopo?


Stiamo lavorando a questo progetto da più di un anno, quindi è chiaro che l’idea del fallimento esiste, anche se cerchiamo in tutti i modi di escluderla. Se dovesse succedere, ci sarebbe sicuramente dispiacere, ma non cancellerebbe quello che è stato costruito. Resterebbe il ricordo di una squadra unita, di persone che hanno dato tutto per un obiettivo comune. E anche i sogni non realizzati hanno un valore: finiscono in un “cassetto” molto vicino a quelli realizzati, perché fanno parte dello stesso percorso. Non è solo il risultato a definire un’esperienza, ma tutto quello che si costruisce per arrivarci.

Cosa vuoi che le persone si portino a casa, oltre al tiramisù?


Vorrei che si portassero a casa una consapevolezza: che credere davvero in qualcosa può fare la differenza. Tra una persona e il suo obiettivo c’è sempre una strada, ma quella strada va prima immaginata, poi sognata e infine costruita passo dopo passo. Questo evento non è solo un record, è la dimostrazione concreta che quando più persone condividono una visione, anche qualcosa che sembra impossibile può diventare reale. Se chi partecipa esce con questa idea, allora il risultato va ben oltre il tiramisù.

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Dora Bortoluzzi, nata a Milano nel 1997, vive a Londra dal 2020 dove si occupa di giornalismo e video making. Con una formazione in Lingue, unisce passione ed emozione nel raccontare storie. I suoi interessi principali sono attualità, cinema e musica.