Un'identità mondiale

C'è una domanda che risuona negli stadi inglesi da generazioni, gridata dagli spalti prima ancora che inizi la partita: "Who are ya?" Chi sei tu?
È una provocazione da tifoseria, certo, ma in questi Mondiali è diventata anche il titolo di una riflessione nazionale più profonda. Ian McKellen e il drammaturgo James Graham — già autore di “Dear England”, il ritratto teatrale dell'era di Gareth Southgate — hanno realizzato un cortometraggio, “Love Letter to England”, che prova a rispondere a quella domanda. Il film nasce da un'iniziativa più ampia, la "National Conversation" che raccoglie testimonianze di cittadini comuni su cosa unisca ancora un paese attraversato da fratture sociali e politiche.
La frase che dà il titolo all'articolo del Guardian su questo progetto — l'idea che i legami che ci tengono insieme si stiano sfilacciando — mi sembra il punto di partenza perfetto per parlare di un'identità che gli Italo Britannici vivono ogni giorno… Perché se l'Inghilterra si interroga su cosa significhi essere Inglesi in un momento di incertezza collettiva, chi è immigrato e si muove tra due paesi, due lingue e due modi di sentire -anche- il calcio, si trova a fare i conti con quella domanda in una forma raddoppiata, e per certi versi più intima.
Una partita e fare il tifo per due: come è possibile?
Essere Italo-Britannici durante un Mondiale non è semplicemente tifare per due squadre – anche se l’Italia non si è classificata questa volta-, è abitare due grammatiche emotive diverse. Il calcio inglese, quello raccontato da Southgate ai suoi giocatori prima ancora dei risultati — "cosa significa l'Inghilterra, cosa significa giocare per lei" — è un calcio che cerca disperatamente un racconto comune in cui riconoscersi, dopo anni di Brexit, di polarizzazione, di comunità che sembrano parlarsi sempre meno.
Il calcio italiano, al contrario, ha un rapporto con l'identità nazionale più viscerale, quasi dato per scontato fino a quando non viene messo in discussione — e quando viene messo in discussione, come è successo negli anni delle mancate qualificazioni, la crisi sportiva diventa immediatamente crisi di identità collettiva.
Chi vive tra questi due mondi impara presto che l'identità non è un dato fisso, ma qualcosa che si negozia continuamente. Non sei "metà e metà", come si dice spesso in modo un po' blando, sei “intero” in due mon/di diversi, a seconda del contesto, della lingua che stai parlando, della partita che stai guardando.
Durante i Mondiali questa doppiezza si fa più visibile e ci si può facilmente ritrovare ad esultare per un gol inglese.
Il costo dell’autenticità: l’alternanza tra identità culturali diverse
La psicologia culturale ha un nome per questo meccanismo: lo chiama “frame-switching”, la capacità di attivare un intero repertorio di valori, ricordi e reazioni emotive a seconda di quale identità culturale viene chiamata in causa da un contesto, un suono, persino un inno. Non è recitare due parti diverse, ma possedere davvero due sistemi di riferimento e sapere, quasi senza pensarci, quale accendere nel momento giusto.
Si può certamente creare un conflitto identitario perché il continuo cambiamento richiede notevoli risorse cognitive. Per alcuni, può portare a sentimenti di contraddizione, ad un aumento dello stress o a una diminuzione del benessere, se i propri valori interiori vengono costantemente rinegoziati.
Chi ha un'identità biculturale integrata — cioè chi è riuscito a far convivere le due appartenenze senza percepirle in conflitto — non vive questo passaggio come uno strappo, ma come un'espansione: più lingue emotive a disposizione, non una lealtà divisa a metà. È quando le due identità vengono percepite come incompatibili, invece, che nasce il disagio: la sensazione di dover scegliere un campo, la sensazione di tradire l'altro ogni volta che si esulta per una squadra sola.
Un profondo senso di appartenenza
Il calcio, con la sua urgenza di appartenenza tribale, è un test perfetto per questo equilibrio interiore: mette alla prova, novanta minuti alla volta, quanto ci si senta davvero autorizzati a essere due cose insieme.
L'identità italo-britannica non è la somma sottratta di due appartenenze parziali, ma la scoperta che si può essere pienamente italiani e pienamente inglesi nello stesso corpo, nello stesso pomeriggio, davanti allo stesso schermo.
Il calcio, in questo, ha una funzione che va oltre lo sport: è uno dei pochi linguaggi ancora capaci di far convivere appartenenze multiple senza costringerle a una scelta definitiva. Un Mondiale non chiede a nessuno di scegliere una volta per tutte chi essere. Chiede solo, per novanta minuti alla volta, di sentirsi parte di qualcosa — che sia il coro sugli spalti di Wembley o quello sotto un ombrellone a Ostia. E forse la vera risposta alla domanda "chi sei tu" non è un nome di paese, ma la capacità di restare fedeli a entrambe le storie che ci si porta dentro, anche quando i fili che ci uniscono sembrano assottigliarsi.
Luisa Bloom è una psicanalista italiana laureata in storia e successivamente in psicoanalisi presso The Site for Contemporary Psychoanalysis, registrata presso UKCP CPJA. Da 15 anni svolge la libera professione a Londra come psicoterapeuta psicoanalista aiutando le persone ad ascoltare, riflettere e trasformare le preoccupazioni che incidono sul loro benessere mentale.






