Il lato oscuro della quiete

La solitudine viene spesso idealizzata come un rifugio per la riflessione e la creatività, ma per molti può rappresentare il bordo sottile di un precipizio che conduce alla depressione. Sia negli appartamenti di città che nelle case di campagna, la stessa quiete che un tempo era fonte di conforto diventa invadente, amplificando i pensieri ossessivi e minando le routine che sostengono la salute mentale.
C’è una importante distinzione tra la solitudine volontaria e quella imposta che avviene per mancanza di contatto con gli altri per ragioni diverse.
Le persone che scelgono di stare da sole spesso mantengono reti sociali e dispongono di strategie per affrontare la solitudine se questa diventa difficile...
La solitudine imposta, invece, è una condizione che si acquisisce non per scelta personale: isolamento sociale dovuto a cambiamenti lavorativi, lutti, disabilità o relazioni tese che lasciano gli individui privi di un contatto umano costante. Nel tempo, quella separazione forzata può alterare come ci sentiamo, come percepiamo il mondo e come reagiamo con il nostro comportamento.
L’isolamento sociale prolungato – per esempio che abbiamo vissuto durante il Covid- porta ad un rischio elevato di depressione e ansia. Gli studi dimostrano che le persone che non hanno interazioni sociali significative, presentano livelli più elevati di cortisolo, l'ormone dello stress, disturbi del sonno e una funzione immunitaria ridotta — tutti fattori biologici che contribuiscono agli stati depressivi. Mi è capitato spesso di lavorare con persone che di conseguenza ad una profonda solitudine si sono trovati in circoli viziosi di pensieri negativi: quando le distrazioni esterne diminuiscono, le preoccupazioni e i rimpianti possono ripetersi senza controllo. Quella ruminazione ripetitiva è un segno distintivo della depressione clinica, che trasforma la solitudine ordinaria in un terreno fertile per una tristezza profonda.
Il tessuto sociale è spesso vitale ad una buona salute mentale. Ma le cose sono cambiate… Il lavoro e la comunità, per esempio la vita del quartiere dove si abita – che un tempo favorivano ritmi sociali intrinseci- oggi sono profondamente mutati. Il lavoro da remoto, la mobilità urbana e i quartieri frammentati hanno ridotto i contatti sociali casuali — quegli scambi spontanei sui mezzi di trasporto o nei negozi di quartiere che, pur essendo fugaci, trasmettono un senso di appartenenza.
Per alcune persone la scomparsa di questi piccoli rituali elimina i punti di riferimento nella giornata, favorendo un progressivo aggravarsi dell’isolamento.
Le storie personali evidenziano quanto possa essere sottile questo scivolone. Una donna di mezza età che si è trasferita per prendersi cura dei genitori anziani, all'inizio ha festeggiato il ricongiungimento, ma mesi dopo, con l'assistenza che le occupava tutto il tempo e gli amici lontani, ha descritto di “sentirsi come un fantasma nella propria vita”. Un giovane che lavora di notte per un'azienda tecnologica ha paragonato i giorni feriali a “un lungo film muto”: in cui le uniche voci regolari provenivano dagli schermi.
Entrambi i racconti riflettono come l'isolamento ristrutturi il tempo e il significato, lasciando le persone vulnerabili ai sintomi depressivi: tristezza persistente, perdita di interesse e senso di inutilità.
La solitudine però non equivale inevitabilmente alla depressione e spesso si può combatterla. Consiglio ai miei pazienti di trovare dei programmi presso associazioni di volontariato dove prestare un servizio di aiuto, facendo ciò creiamo dei legami con persone nuove e ci “mettiamo alla prova” in una maniera emozionalmente importante.
Partecipare all’organizzazione di piccole attività regolari che ci riconnettano con gli altri e creare una routine ha un’importanza significativa ed è un vero primo passo efficace. Anche la tecnologia, se utilizzata in modo mirato, può colmare le distanze: la terapia online per esempio – nel caso ci fossero delle difficoltà per motivi fisici o geografici di vedere il terapista di persona- porta un grande aiuto nel permetterci di riflettere su ciò che ci affligge, con una figura professionale che ci accoglie con empatia e ci aiuta a trasformare il nostro stato d’animo. Ci sono anche gruppi di volontari online che possono aiutarci a sentirci meno isolati e a riqualificare le nostre giornate con nuovi tipi di creatività o di supporto a varie cause sociali.
È sempre importante anche mantenere la nostra attenzione personale e spesso fare una semplice telefonata o far visita ad una persona cara evitano quel senso di invisibilità che peggiora la depressione.
La solitudine può essere un’importane risorsa positiva, eppure per molti sta diventando una condizione non scelta con gravi conseguenze per la salute mentale. Comprenderne i punti di svolta —sociali e psicologici — è fondamentale: il rimedio non è nel cancellare la solitudine quanto nell’accertarsi che rimanga una scelta, attenuata dalla connessione, dalla cura e da un sostegno accessibile.
Luisa Bloom è una psicanalista italiana laureata in storia e successivamente in psicoanalisi presso The Site for Contemporary Psychoanalysis, registrata presso UKCP CPJA. Da 15 anni svolge la libera professione a Londra come psicoterapeuta psicoanalista aiutando le persone ad ascoltare, riflettere e trasformare le preoccupazioni che incidono sul loro benessere mentale.






